I primo trimestre di gravidanza
Esami prenatali e genitori consapevoli
E' prassi, durante la gravidanza, sottoporsi ad alcuni esami per
indagare la salute del bebè nel pancione. Oltre all'ecografia, la
translucenza nucale, la villocentesi e l'amniocentesi a cui si sottopongono donne solitamente in età avanzata.
La
scienza progredisce, le tecniche si affinano e diventano più complesse.
Ma una volta che c'è un responso è fondamentale che i destinatari di
un’indagine genetica prenatale siano messi nelle condizioni di gestirlo,
comprendendone a fondo il significato.
Ecco perché i test prenatali devono essere accompagnati da una consulenza genetica corretta. Quali sono le regole di una buona consulenza genetica?
Innanzitutto
non avere fretta. Va organizzato come primo passo un colloquio
pre-test, condotto da un genetista medico, che deve informare la coppia
sulle possibilità e i limiti della diagnosi prenatale.
Significa spiegare, per esempio, che
malattie dovute all’alterazione di un singolo gene (dette monogeniche o
mendeliane) e cromosomiche non sono la stessa cosa. Se queste
ultime – diverse decine – possono essere individuate con l’amnio o la
villocentesi (almeno quelle prevalenti), non è così per quelle su base
genica, che sono oltre 6000, di cui alcune molto rare.
Questo significa che non è possibile cercarle tutte:
ci si limita infatti alle più diffuse, come la fibrosi cistica, o alle
patologie già presenti in famiglia, delle quali i genitori possono
essere portatori. Illudersi, insomma, che i test genetici possano
escludere qualsiasi patologia è pericoloso.
La coppia deve essere messa nelle condizioni di esprimere un reale consenso informato. Che
è molto di più della firma su un modulo predefinito letto in modo
frettoloso. Il colloquio post-test, poi, è ancora più importante,
soprattutto quando viene evidenziata o sospettata una patologia fetale.
In questi casi, il momento della comunicazione è delicatissimo
perché la coppia deve essere informata a fondo, sostenuta durante la
comunicazione del risultato e “presa in carico”. In questo senso,
diventa fondamentale il contesto nel quale avviene il colloquio: una
stanza tranquilla, senza porte che si aprono e telefoni che squillano,
con la possibilità per i futuri genitori di passare qualche minuto da
soli, dopo la comunicazione della diagnosi, per ordinare le idee e porre
successivamente tutte le domande ritenute necessarie.
Gli operatori, a loro volta, dovrebbero riuscire ad accogliere e contenere ansie e paure,
senza nascondersi dietro tecnicismi. La coppia deve essere informata in
modo chiaro, supportata da un’équipe multidisciplinare (genetista
medico, ginecologo, neonatologo, psicologo, assistente sociale…). Ma non
diretta nelle decisioni conseguenti.
I medici non posso decidere “al posto” dei futuri genitori,
anche se spesso questi ultimi pongono la domanda “lei cosa farebbe al
nostro posto?”. Va anche chiarita molto bene la differenza tra test
probabilistici e diagnostici, come vanno presentati ai genitori i
possibili trattamenti post natali ad alcuni difetti, alcuni dei quali
correggibili chirurgicamente o con terapie che ne attenuino i sintomi.
Per evitare che percentuali di rischio diventino certezze e spingano a
scelte drammatiche e irrevocabili.

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